Demonizzazione, comprensione, persecuzione nelle coppie separate conflittuali con figli

Non basta odiare il proprio nemico. Bisogna capire che ognuno dei due contribuisce alla completezza dell’altro” (Don DeLillo, Underworld)

Il tema è scottante ed attuale. Molti colleghi ci stanno lavorando ed il più delle volte con risultati incerti. Entrare in questo tema può essere difficile, ma, come descritto in premessa, se non ci si confronta proprio sui temi più difficili, che ci si confronta a fare?
Mi capita sempre più spesso di lavorare con coppie separate conflittuali con figli, sia in percorsi individuali, di “coppia”, familiari ed in gruppi costruiti ad hoc. Ed una cosa che mi colpisce sempre, a volte come un pugno nello stomaco, ha a che vedere con la demonizzazione dell’altro a vantaggio della propria vittimizzazione. “La mia colpa dottore? Essere stato troppo buono. Ma ora basta. Non è giusto subire ancora” (uso il maschile chiaramente solo per comodità…)
Nei racconti del passato e delle vicende di vita attuale, le versioni date dai due ex compagni hanno non solo dei “colori” e sfumature differenti, ma alcune volte sembra il racconto di due fatti, realtà, paesi, continenti completamente diversi. Le versioni sul medesimo fatto sono talmente inconciliabili tanto da apparire essere descrizioni di fatti diversi.
Ma con il medesimo scopo: “la colpa è sua!”.
Di ipotesi se ne possono fare molte sulle ragioni per cui, anche dopo tanti anni dalla separazione o dallo scioglimento della coppia ci sia sempre la necessità di attaccare l’ex coniuge. Una di queste ha a che vedere con dinamiche simili a quelle del capro espiatorio.
Perché sono stato tradito? Perché mi ha lasciato? Cosa HO DI SBAGLIATO io? Quando queste domande sono insopportabili perché rimandano alla mia responsabilità sui miei comportamenti e sulle mie azioni, è molto più semplice “buttar fuori il male” sull’altro.
Questo processo alcuni lo chiamano “demonizzazione”. Tanto più l’altro è “demone” e quindi cattivo e colpevole della mia sofferenza, tanto più io sono vittima. La mia sofferenza assume un senso. Ed io, alla fine, non ho nulla di sbagliato se non “essere troppo buono”…
La terapia può essere molto utile ma anche molto dannosa.
Utile se riesce ad introdurre pensieri non colpevolizzanti per sé e per l’altro, accompagnando il paziente al dramma esistenziale della vita. Al dolore e all’incertezza indissolubilmente legate all’esistenza stessa.
Dannosa se crede, se collude, se si allea ai tentativi del paziente “ex coniuge” di evitare il dolore della delusione attraverso la demonizzazione dell’altro

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