Autorità e stili autoritari

Mio padre è come se non avesse orecchie. Mi dice di si con un sorriso quando gli chiedo qualcosa ma poi fa quel che vuole senza spiegarmi nulla”, Roberta, 11 anni

Sempre di più mi infastidiscono le modalità implicite, squalificanti, disconfermanti che utilizzano alcune persone che occupano ruoli di leadership. Spero con tutto il cuore di non essere tra queste.

Come leadership intendo quella funzione di guida, decisionale, gerarchica sia in contesti lavorativi, ma anche sociali (medici, insegnanti, psicologi, educatori, assistenti sociali) e familiari (nonni, genitori, ecc).

Ci sono, a mio modo di vedere, diversi modi di comunicare la propria leadership e sulla propria leadership. Alcuni di questi possono essere più o meno “morbidi” o “democratici”, “duri” o “autoritari”, ma, se posti nella chiarezza io credo possano comunque essere delle conferme all’altro.

Alla sua parola.

Alla sua voce.

Alla sua, certo, esistenza.

Così nel momento in cui dentro una gerarchia io affermo “io sono il capo ed ho io l’ultima parola”, la cosa può essere deleteria per l’organizzazione (io francamente credo in una leadership più collaborativa ma ci tornerò in post futuri) e può essere anche insopportabile per chi subisce le decisioni, ma in sé contiene un messaggio di conferma dell’altro. Se non altro nel ruolo di esecutore senza alcun potere decisionale.

Brutto da vivere, certo, ma credo sia ancora più difficile una modalità di esercizio della leadership che disconferma l’altro (“disconferma” nel senso che Paul Watzlawick e collaboratori ne hanno dato ne “La pragmatica della comunicazione umana”). Così il sembrare disponibile al dialogo, il dichiarare di voler ascoltare l’altro nei processi lavorativi di vita che in qualche modo lo riguardano e poi non venirne influenzati affatto, nemmeno per dare un rimando del perché si è deciso altro, o ancor più semplicemente dell’informare che si è deciso altro, rischia di mandare il messaggio “tu non esisti” (molto bello, in questo senso, il dialogo finale nel film “Dogville” di Lars von Trier).

Se la “mia” voce è stata solo formalmente ascoltata ma di fatto ignorata e se questa esperienza viene ripetuta costantemente, il senso di non esistenza legato a ciò rischia di essere altissimo. E questi tipi di vissuti possono sfociare in ansie, angosce, senso di incapacità con sintomi depressivi e, negli adolescenti, anche in agiti auto o etero lesivi.

Io credo che l’essere ciechi, o come mi ha detto Roberta pochi giorni or sono il “non avere orecchie”, sia uno dei modi peggiori e più deleteri che si abbiano per esercitare la propria leadership.

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