Diritto di mugugno: che ci faccio in terapia?

Sensa vin se navega, sensa mugugni no

Difficile vivere senza lamentarsi.

Sentite questa (presa dal sito “il mugugno genovese”): “tanto tempo fa, i marinai genovesi potevano scegliere fra due opzioni di ingaggio: “senza mugugno” o “con diritto di mugugno”. Il primo era più remunerativo mentre l’altro, invece, dava la libertà di lavorare brontolando su tutto ciò che faceva arrabbiare. La cosa più strana, data la proverbiale tirchieria dei genovesi, era che la maggior parte dei marinai sceglieva il secondo tipo di contratto”.

Il lamentarsi della propria condizione esistenziale sembra sia una condizione ontologica dell’essere umano. La condizione umana che ci porta sempre ed inevitabilmente a sentirci incompleti, insoddisfatti, spaventati, tristi, sofferenti, inquieti, ecc ci spinge contemporaneamente ad accettare la nostra posizione ed insieme a cercare di cambiarla.

Sia in un caso che nell’altro, il punto di partenza è il disagio. E, a volte, non avremmo tanta voglia di rimboccarci le maniche, rialzarci e lottare per uscirne. A volte ci piacerebbe che qualcuno ce ne tirasse fuori così, come per magia. Improvvisamente e definitivamente.

Ecco che il “mugugno”, il lamentarsi delle proprie sofferenze, da un lato sembra avere una valenza consolatoria (come il leccarsi le ferite) e dall’altro ricorda il richiamo del bambino che, attraverso il pianto, richiama l’attenzione e la cura dell’adulto che lo tiri fuori da una condizione di disagio (la fame per esempio).

Ed in psicoterapia, come nella vita, è importante stare dentro pienamente ad entrambi i lati della medaglia. Da un lato stare vicino al proprio paziente ed alle sue sofferenze, alle sue lamentele, alle sue fatiche ed alla sua demotivazione al cambiamento. Dall’altro aiutarlo a comprendere come la chiave per uscire dalla gabbia del disagio sia proprio nel palmo della sua mano…

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