La tela del ragno

La ragnatela è la trama del racconto dell’altro in cui si rischia di essere intrappolati”, dr. Matteo Caletti

La frase arriva dal collega sopracitato che ha condiviso questa metafora mentre ci si confrontava sulla psicoterapia. Secondo la sua ottica il racconto che l’altro fa di se stesso e della propria vita (e che fa a sé medesimo!) ha la stessa consistenza di una ragnatela che intrappola il terapeuta “nel caso ci si avvicinasse troppo” (sempre parole sue).

Due considerazioni sulla cosa.

Per quanto riguarda il ruolo del terapeuta, io credo a volte sia necessario stare a “giusta distanza” dalla tela, ma altrettante volte sia altrettanto necessario che ci si “lasci catturare” dal racconto dell’altro, permettendogli di imbrigliarci nella medesima trama che allo stesso modo, ha imbrigliato i nostri pazienti.

Per quanto riguarda la visione sull’essere umano, questa affermazione apre anche due premesse che stanno “a monte”:

1) La prima è che noi, oltre che di sostanza, siamo fatti di racconti. Che non solo “siamo ciò che siamo”, ma, al contempo, “siamo ciò che crediamo di essere”, “ciò che ci raccontiamo”;

2) La seconda è che questo racconto se da un lato ci definisce, dall’altro ci imbriglia

Il primo punto è il più ostico da digerire. Per la nostra cultura quantomento.

Solitamente siamo abituati a pensare che siamo fatti in un certo modo, abbiamo una determinata personalità, abbiamo un certo carattere che abbiamo ereditato dai nostri genitori o che ci siamo formati crescendo.

Difficilmente pensiamo che il nostro “carattere” sia dettato non solo dalle nostre esperienza, ma anche dal senso che abbiamo dato ad esse. Dal racconto che, anche attraverso lo sguardo dell’altro, abbiamo fatto, e facciamo quotidianamente, a noi stessi.

Il pensarlo dà un qual senso di vertigine. Se ciò che sono dipende anche dall’idea che ho di me stesso, quanta possibilità ho nulla mia nuda mano di apportare un cambiamento a me stesso ed alla mia vita? Quanto poco “vittima” degli eventi io sono? E quante possibilità ho di “essere” diverso?

E qui veniamo al secondo punto: questo racconto che ci facciamo ci serve a dare coerenza al nostro essere. Per dare “congruenza” ad una soggettività spesso frammentata, discordante, ambivalente ed incongruente. Congruenza essenziale all’esistenza del soggetto consapevole. Congruenza che però comporta il sacrificio di altre possibili narrazioni di me stesso che possono emergere solo quando il primo racconto non funziona più o mi provoca molta sofferenza.

Ed in questo caso, a volte, inizia il lavoro terapeutico.

Ma questa è un’altra storia…

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